Archeofilia ha visitato per voi…
La Venere a Savignano

Nome della mostra: La Venere a Savignano
Data della visita: 5 aprile 2014, inaugurazione mostra
Luogo: Museo della Venere, Savignano sul Panaro
Durata mostra: 5 aprile- 15 giugno 2014

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La Venere nel museo di Savignano che porta il suo nome – Foto M. Pancaldi

Tutti i riflettori sono puntati su di lei all’interno del piccolo museo che porta il suo nome a Savignano sul Panaro. E’ infatti  la Venere l’unica, indiscussa e tanto attesa protagonista della mostra che si terrà presso il comune in provincia di Modena fino al 15 giugno 2014.

Delle circostanze della sua scoperta, così  come delle numerose polemiche che hanno circondato il prezioso reperto sin dal suo rinvenimento nel 1925 si è già parlato nel post precedente. Questo articolo si prefigge invece di offrire uno scorcio sulle conoscenze  ma anche sugli interrogativi ancora aperti relativamente alla Venere e agli uomini che l’hanno creata, e forse venerata, grazie anche al contributo  di una delle più eminenti studiose sul tema, l’archeologa Margherita Mussi, intervistata in esclusiva da Archeofilia in occasione del convegno di presentazione alla mostra.

La datazione del reperto è stato il primo grosso scoglio che gli studiosi hanno dovuto affrontare.  L’assenza di un contesto stratigrafico, il fatto che la statuetta sia stata lavata dopo il ritrovamento  eliminando eventuali tracce organiche coeve che avrebbero potuto essere datate al radiocarbonio e la costruzione di un edificio proprio sul luogo del ritrovamento hanno reso l’attribuzione temporale molto difficile. Agli studiosi non è rimasto che un modo per datare la statuetta: confrontarla con altri artefatti simili. Ovviamente quando si parla di oggetti in pietra di più di 20.000 anni fa,  spesso rinvenuti in contesti poco delineati come il nostro, anche questo metodo non è a prova di errore. Ugo Antonielli, direttore del museo Pigorini di Roma dove la statuetta approdò definitivamente nel 1926,  l’aveva attribuita al neolitico, basandosi sul confronto con statuette che riteneva appartenere a quell’epoca e sull’aspetto levigato della sua superficie a suo tempo considerata caratteristica distintiva dei manufatti del neolitico (termine che significa proprio “età della pietra nuova” cioè levigata). La comunità scientifica però si oppose quasi  all’unanimità a quella datazione e a tutt’oggi, a parte qualche rara eccezione, si tende invece a considerarla appartenente al paleolitico superiore ovvero a un periodo ancora anteriore a quello ipotizzato dall’Antonielli, e più precisamente al Gravettiano, tra i 29.000 e i 20.000 anni fa.

Sono quasi 190 le raffigurazioni femminili, tra statuette a tutto tondo e figurine schematiche piatte attribuite al paleolitico e ritrovate in Europa, Francia sud-occidentale, Italia, Europa centrale, Ucraina, Russia meridionale e Siberia e nonostante il fenomeno abbia riguardato territori così lontani tra loro, molte sono le caratteristiche comuni a queste figure. Spesso, per esempio, si tratta di raffigurazioni  steatopige ovvero caratterizzate da grossi glutei e più in generale da seni e ventri esagerati, a cui si contrappongono lineamenti appena accennati o completamente trascurati. Per quanto riguarda le statuette, la Venere di Savignano è una delle più grandi rinvenute, con i suoi 22 cm di altezza, ma la maggior parte è stata scolpita in pietre particolari. Spiega infatti Margherita Mussi, docente di Scienze Archeologiche presso l’Università la Sapienza di Roma,

“E’ evidente che c’è una ricerca nella scelta della pietra. Non sono pietre qualunque, semplici ciottoli. La venere di Savignano è in serpentinite, una pietra colorata  che è anche lucida e non è un banale calcare; in Repubblica Ceca, un altro esemplare é praticamente un grosso frammento d’ocra, quindi è rosso di suo, in altri casi si è utilizzata una calcite ambrata che è un colore rosato, quelle dei  Balzi Rossi sono di clorite o di steatite, steatite che va dal verde scuro al giallo, quindi c’è un ricerca del colore”.

L'arceheologa Margherita Mussi alla mostra - Foto M. Pancaldi

L’arceheologa Margherita Mussi alla mostra – Foto M. Pancaldi

Ma perché questa ricerca? Cosa spingeva l’Homo Sapiens a scolpire queste figure femminili?
L’arte paleolitica in generale è oggetto ancora oggi di dibattiti e discussioni. D’altra parte, interpretare un’arte così distante da noi senza essere in possesso di un codice interpretativo di comprovata validità può solo portare alla  formulazione di  ipotesi, che nel corso degli anni si sono rivelate basate spesso più sul periodo in cui venivano formulate che non su prove concrete che le legassero effettivamente al paleolitico (si pensi all’interpretazione dell’antropologo H. de Mortillet che ha parlato in proposito di  “arte per l’arte”  proprio nell’ottocento, periodo di diffusione di questa concezione dell’arte in Europa). Ma restringendo il campo alle veneri possiamo cercare di dedurre alcune informazioni sulla loro possibile funzione da un’attenta osservazione delle caratteristiche che le accomunano. L’accentuazione dei seni, dell’addome e dei fianchi (per i quali si è parlato di “verismo anatomico”) e l’assenza di altri tipi di dettagli (arti appena accennati, volti per nulla delineati) hanno portato gli studiosi a pensare che l’uomo che scolpiva queste statuette volesse rendere omaggio alla fecondità, non forse però semplicemente, o non solo, alla fecondità della donna , ma a quella della Terra stessa, che gli dava riparo e lo nutriva con i suoi frutti e i suoi animali. “Sono delle creature”, spiega la Mussi, “non sono donne; creature potenti che appartengono a un mondo che non è quello della quotidianità”.

Ecco perché si è spesso parlato in merito di Dee Madri: c’è una certa sacralità nel modo in cui, soprattutto nel paleolitico, l’uomo si accosta a questo tipo di manufatti. Prima di tutto, come si è detto, vi è la ricerca del colore e della particolarità della pietra e poi, prosegue la Mussi,

“ c’è un atteggiamento nel paleolitico che è opposto a quello del neolitico e delle epoche successive. Nelle epoche più tarde troviamo figure simmetriche, conchiuse, in cui un modello è imposto alla materia prima. Nell’arte paleolitica parietale come in quella mobiliare invece, sembra che ci sia una forma che preesiste, una silhouette già evocata che l’artista deve solo assecondare per raggiungere la forma finale. La potenza di quello che verrà rappresentato è già inclusa, quindi c’è una forma di rispetto per la materia stessa. In un contesto completamente diverso, mi vengono in mente agli attuali inuit o eschimesi che dir si voglia, anche se sono molto diversi dai paleolitici. Mi ha colpito un’intervista a un artista inuit che lascia pezzi molto belli di pietra intonsi per mesi prima di mettervi mano. Li lascia lì e quando gli viene chiesto il perché risponde “aspetto che si manifesti lo spirito della pietra, che venga fuori”. Anche il nostro Michelangelo diceva che bastava togliere quello che c’era intorno al soggetto, ciò che c’era in più. Michelangelo ovviamente era un artista rinascimentale, dove il rapporto con la natura è estremamente profondo ma di tutt’altro genere, eppure è la stessa forma di rispetto che troviamo qui. Non posso dimostrarlo, ma ritengo che il ciottolo da cui è stata tratta la Venere avesse già una forma particolare che evocava qualche cosa. E non è l’unico caso. C’è la Venere del Trasimeno, che è in steatite marrone e molto piccola, che ha un solo seno, perché evidentemente era un ciottolino con qualche appendice dove all’altezza del seno c’era un unico volume sporgente. Ce n’è anche un’altra con questa caratteristica,  quella di cui parlavo prima ottenuta da un grosso frammento di ocra: un seno  è in volume l’altro è solo creato con un solco che lo delimita perché mancava la pietra in quel punto. E quindi si arriva a creare anche figure che a volte sono poco comprensibili perché l’uomo ha seguito ciò che c’era già, non voleva imporre la propria idea, ma seguire quella già presente nella pietra. Dunque nacquero figure asimmetriche e a volte esagerate in certe parti. Stiamo parlando ovviamente delle figure di pietra tenera come nel caso della Venere di Savignano, dove  è la pietra che detta; diverso è il concetto per le veneri d’avorio che invece hanno delle forme a volte già prefissate ma questa è un’altra cosa.“

Dunque nelle terre solcate dal fiume Panaro e da poco libere dai ghiacci dell’ultima glaciazione, circa 25.000 anni fa, un uomo del gravettiano che sentiva il bisogno di ingraziarsi la divinità suprema per affrontare la sua dura vita quotidiana fatta di pericoli e di fatiche, trovò una pietra che gli suggerì le forme che associava alla fecondità e quindi alla divinità stessa, e decise di scolpirla con metodi di lavorazione ancor oggi identificabili. A una prima fase di sgrossatura costituita da colpi grossolani per abbozzare la forma desiderata o cercata, seguì una fase di picchiettatura, fatta da piccoli colpi regolari che hanno smussato le sfaccettature che si erano formate nella sgrossatura. Si è poi proceduto ad una levigatura con movimenti longitudinali e a una piallatura ottenuta forse sfregando l’oggetto si una superficie rocciosa abrasiva. Pare che la figura sia poi stata anche lucidata.  Ma poi?

“Non sappiamo” conclude la Mussi “se [la Venere] sia stata depositata lì nel corso di un viaggio, abbandonata, dimenticata, persa, o se chi la portava sia morto. Tuttavia in base alle conoscenze e alle prove che abbiamo oggi, sembra che fosse lontana da tutto, non in un contesto abitativo, fuori da tutto. Anche perché si ricordi che non stiamo parlando del mondo romano, ma di un mondo occupato a macchia di leopardo, dove piccoli gruppi vivevano sparsi qua e là e i viaggi da un gruppo all’altro venivano fatti solo in caso di necessità. E c’è da aggiungere che non è neanche l’unico caso di ritrovamento di questo tipo: la cosiddetta venere della Marmotta, la Venere del Trasimeno, la Venere di Montpazier o la Venere di Tursac tutte trovate nel nulla, è straordinario, non c’è nient’altro. Anche questo può essere indizio di qualcosa di importante. E i tanti ritrovamenti per lo più fortuiti ci fanno pensare che questi oggetti fossero in realtà molto comuni, e che quelli che troviamo noi siano solo un’infinitesima parte di quelli che circolavano. Si pensi che alcune sono state trovate in negozi di rigattieri (e parlo di casi che conosco). Una volta parlai di questo ai miei studenti della triennale, e loro ne parlarono la sera con i loro amici. Uno di loro disse di averne una e ora stiamo pubblicando uno studio su di essa. Quello che voglio dire è che ce ne sono altre, e chissà quante. Se pensiamo poi a quelle che abbiamo perso, come quelle d’avorio o di legno che non si sono conservate, e a quelle di pietra che hanno sono state distrutte,  e non sono state riconosciute, è quasi un miracolo che ne abbiamo qualcuna. Allo stesso Olindo Zambelli che ha trovato la Venere di Savignano, era stato consigliato dalla moglie di buttare quel sasso vecchio. Meno male non le ha dato retta.”

In conclusione, sulle Veneri del paleolitico c’è ancora tanto da dire e da scoprire e lo splendido esemplare di Savignano non mancherà di incuriosire e appassionare i visitatori della mostra a questo periodo dell’umanità in cui l’uomo, pur alle prese con un ambiente ostile e una vita pratica e precaria, stava creando le prime forme d’arte.

 

 

One Response to Archeofilia ha visitato per voi…
La Venere a Savignano

  1. Maria Teresa Poggioli scrive:

    Ottima intervista:molto interessante!

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