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Archeofilia ha visitato per voi…
La Venere a Savignano

Nome della mostra: La Venere a Savignano
Data della visita: 5 aprile 2014, inaugurazione mostra
Luogo: Museo della Venere, Savignano sul Panaro
Durata mostra: 5 aprile- 15 giugno 2014

venere per articolo 1

La Venere nel museo di Savignano che porta il suo nome – Foto M. Pancaldi

Tutti i riflettori sono puntati su di lei all’interno del piccolo museo che porta il suo nome a Savignano sul Panaro. E’ infatti  la Venere l’unica, indiscussa e tanto attesa protagonista della mostra che si terrà presso il comune in provincia di Modena fino al 15 giugno 2014.

Delle circostanze della sua scoperta, così  come delle numerose polemiche che hanno circondato il prezioso reperto sin dal suo rinvenimento nel 1925 si è già parlato nel post precedente. Questo articolo si prefigge invece di offrire uno scorcio sulle conoscenze  ma anche sugli interrogativi ancora aperti relativamente alla Venere e agli uomini che l’hanno creata, e forse venerata, grazie anche al contributo  di una delle più eminenti studiose sul tema, l’archeologa Margherita Mussi, intervistata in esclusiva da Archeofilia in occasione del convegno di presentazione alla mostra.

Orvieto: scoperte cavità Etrusche nel sottosuolo della città

Uno dei tunnel di collegamento tra le strutture di origine etrusca rinvenute nel sottosuolo di Orvieto.

Uno dei tunnel di collegamento tra le strutture di origine etrusca rinvenute nel sottosuolo di Orvieto.

Chi segue le notizie di storia e archeologia sul web ma anche sulla stampa, avrà certo letto nelle ultime settimane delle famigerate “piramidi etrusche “ rinvenute ad Orvieto. Oggi Archeofilia ci porterà proprio nei cunicoli sotterranei della città umbra, dove incontreremo virtualmente l’archeologo che ha guidato le operazioni di scavo e cercheremo, grazie al suo aiuto, di capire meglio in cosa consista esattamente la scoperta.

INTERVISTA CON LA STORIA 5
Il professor Alberto Mandreoli parla dell’eccidio di Montesole

Il sacrario ai caduti dell’Eccidio di Marzabotto

(See below for the English abstract of this article)

     In occasione della Giornata della Memoria, che, ricordiamo, è stata fissata il 27 gennaio in quanto data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche dirette a Berlino, Archeofilia ha intervistato Alberto Mandreoli,  professore e storico bolognese, in merito a una vicenda per troppo tempo sminuita o addirittura negata, ma che oggi viene considerata come uno dei più gravi crimini perpetrati dalle forze nazi-fasciste contro la popolazione civile durante la Seconda Guerra Mondiale. L’eccidio di Montesole, che in pochi giorni, tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944 portò alla morte di ben 770 persone nel comune bolognese di Marzabotto, rimane ancora oggi una delle pagine più scure della storia Italiana, sia per l’atrocità e la brutalità della strage che per il modo in cui quelle vicende furono successivamente trattate dalla giustizia, dalla cronaca e dalla storiografia del nostro paese.

INTERVISTA CON LA STORIA 4
John Franklin parla del Progetto Hougoumont

L’apertura delle porte di Hougoumont

Hougoumont oggi (Foto trable.com)


 

 

 

 

 

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Il 18 giugno 1815 ha avuto luogo, nella campagna belga a circa dieci chilometri da Bruxelles, una delle battaglie più sanguinarie del suo secolo. Fu una battaglia che, in sole otto ore, provocò la morte di circa 48.000 persone cambiando il corso della storia e gettando le fondamenta dell’Europa moderna. A Waterloo, quel giorno, l’esercito della Settima Coalizione guidato dal Duca di Wellington insieme ad un esercito prussiano comandato da Gebhard Leberecht von Blücher, sconfiggeva una volta per tutte Napoleone Bonaparte.

Rivelati i risultati del caso del pozzo medievale di Norwich

Ricostruzione della disposizione
dei corpi nel pozzo di Nowich.
(Foto BBC)
(Click here for the English Version of this article)
Lo scorso 31 gennaio Archeofilia pubblicava, per la serie “Intervista con la Storia”, un’intervista all’archeologo inglese Giles Emery che durante gli scavi effettuati a Norwich nel luogo destinato alla costruzione di un centro commerciale, aveva rinvenuto un pozzo medievale contenete ben 17 scheletri umani, dei quali 6 appartenenti ad adulti e 11 a bambini di età compresa tra i 2 e i 15 anni.

INTERVISTA CON LA STORIA 3
Giles Emery, l’archeologo detective

Giles Emery durante uno scavo

(English Version)


Come ci insegna la famosa serie televisiva americana, con “cold case” in inglese si intendono normalmente i casi di polizia non risolti che vengono ripresi in esame una volta che emergono nuove informazioni che potrebbero essere utili nelle indagini. Ebbene, la persona che incontreremo oggi si sta occupando di un “cold case” con la C maiuscola.  Quando, nel 2004, Giles Emery, archeologo free lance (www.norvicarchaeology.com), ricevette l’incarico di rimuovere alcuni scheletri medievali dal fondo di un pozzo nel Norfolk che si trovava dove avrebbe dovuto sorgere un nuovo Centro Commerciale, l’archeologo inglese non avrebbe mai immaginato l’effetto che quel lavoro avrebbe avuto su di lui. I resti erano quelli di 17 persone, 11 delle quali bambini, e da quel momento, come lui stesso afferma, il mistero che avvolge quelle morti non lo ha mai abbandonato.  Di recente il programma della BBC “History Cold Case” ha dato a Giles la possibilità di scoprire nuovi indizi che possano aiutarlo a scoprire perché quelle persone siano morte in un modo così insolito, e presenterà i risultati degli studi in un episodio che verrà trasmesso il prossimo maggio o giugno. 

Ma ora passiamo la parola direttamente al nostro intervistato, per sentire la sua versione dei fatti.

 
Ciao Giles e grazie per aver accettato di rilasciare questa intervista ad Archeofilia.  

 
Come archeologo immagino che tu abbia trovato i resti di molte persone del passato, molte delle quali vittime di morti violente, dunque perché hai preso così a cuore questo caso particolare?
Ogni tomba è diversa dalle precedenti, e sebbene nella mia carriera io abbia riportato alla luce almeno un centinaio di sepolture, da quelle con salma accovacciata dell’Età del Bronzo, a quelle di monaci di epoca medievale, è vero che questa scoperta così inaspettata mi ha davvero scioccato.   Innanzitutto è stato per puro caso che questi corpi sono stati ritrovati. Avevo già lavorato sul posto per circa 5 mesi rinvenendo e catalogando reperti archeologici appartenenti a diversi periodi storici. Poi quando il team di archeologici finì il suo lavoro, sul sito ripresero le attività di costruzione, ma rimaneva ancora un’ultima sorpresa. Molti mesi dopo, l’operatore di uno scavatore vide un teschio che rotolava dalla terra rimossa dal fossato delle fondamenta, a 5 metri sotto il livello del suolo. Quando arrivai sul posto mi trovai piuttosto perplesso, non riuscendo a capire esattamente a cosa mi trovassi davanti: quale sepoltura, in condizioni normali, poteva trovarsi a una tale profondità? Ma non era finita. Quando la macchina rimosse un altro mucchio di terra nell’angolo del fossato mi trovai davanti a una massa di scheletri umani che erano stati chiaramente gettati in fondo ad un piccolo pozzo. Subito pensai a tre o quattro corpi, ma man mano che scavavamo il numero delle ossa continuava a crescere e incominciai a chiedermi come mai così tante persone fossero state trattate in un modo così apparentemente irrispettoso. 

      Noi archeologi sappiamo bene che quando troviamo dei corpi non stiamo solo raccogliendo dal terreno oggetti del passato, ma siamo davanti ai resti legati alle vite di persone reali.  Una sepoltura ci ricorda sempre che dobbiamo scavare con reverenza e sensibilità; lo stesso atto di deporre una persona in una tomba non è che la prova che quella persona un tempo è stata accudita, amata e stimata dai suoi amici, dalla sua famiglia e in generale dalla società nella quale viveva. In questo caso però le cose sembrano essere andate diversamente: la sepoltura di massa è avvenuta fuori dal terreno consacrato in una tomba improvvisata. Il cimitero di St.Stephen si trova a pochissima distanza dal pozzo, a meno da 150 metri in effetti, dunque perché queste persone non sono state sepolte lì? Furono escluse per qualche ragione specifica? O ricevettero un trattamento diverso per motivi sociali, morali o etnici? Per me si trattava dunque di molto di più di un altro gruppo di scheletri da disseppellire e catalogare, era un mistero che riguardava le vite di persone reali che avevano vissuto ed erano morte nella stessa città che io chiamo casa e la questione meritava ulteriori indagini. 

 
Cos’hai scoperto fino ad ora su queste persone? Cosa sappiamo di loro in questa fase delle ricerche? 

Almeno 17 persone sono state sepolte nel pozzo, e dalla posizione di alcuni scheletri sappiamo che alcuni di loro sono stati calati dalle caviglie. Undici erano giovani, di cui 5 bambini di età inferiore ai 5 anni. I resti sono stati inizialmente ispezionati da Francesca Boghi, l’osteologa del team che ha condotto lo scavo, la quale ha confermato come non vi siano traumi evidenti a cui possa essere attribuita la causa del decesso. In generale sono emersi segni di logorio fisico e malnutrizione, insieme a patologie quali fratture ossee minori già rimarginate, osteoartriti e altri segni che mostrano fatiche continuative che richiedevano piegamenti e sollevamenti negli adulti, mentre segni di anemia e anche forse rachitismo nei bambini.  

La squadra di History Cold Case realizzerà vari test scientifici per scoprire il più possibile su tutto il gruppo.  Per esempio, i test genetici potranno rivelare se queste persone appartenevano a uno specifico gruppo etnico e se facessero parte o meno della stessa famiglia. Ulteriori indagini sulla dieta ed eventuali patologie potrebbero gettare nuova luce sulla classe sociale del gruppo e farci sapere se quelle persone abbiano sofferto particolari condizioni di malnutrizione prima di morire. La scansione in 3D delle ossa può persino aiutarci ad identificare o ad escludere possibili segni di traumi, gettando nuova luce su quella che può essere la causa della morte simultanea di così tante persone. 

Cosa sappiamo della vita in questa parte dell’Inghilterra al momento della loro morte? 

Le sepolture di massa in Inghilterra sono state spesso attribuite alla Peste Nera, responsabile della morte di un terzo della popolazione, con tassi di mortalità anche molto più alti in alcuni paesi e città.  Tuttavia la peste bubbonica non colpì Norwich prima del 1349, dunque forse più di cento anni dopo che il pozzo fosse stato adeguatamente riempito di terra dopo la sepoltura.  Attualmente, i pochi esami al radiocarbonio effettuati fino ad ora e alcuni frammenti di ceramica rinvenuti fanno pensare che i corpi siano stati depositati in fondo al pozzo in un periodo compreso tra la fine del XII e il XIII secolo, tuttavia le ulteriori indagini realizzate dal team di History Cold Case dovrebbero fornirci una datazione più precisa. 

Sappiamo che questo fu un periodo piuttosto duro nella storia inglese. Diversi anni di raccolti miseri avevano portato molte persone alla povertà e alla fame, mentre, a livello politico, i continui dissapori tra il Re e i Baroni sfociarono in una guerra civile, a scapito, ancora una volta, della popolazione. Fra l’altro il Vescovo di Norwich teneva le parti del Re dunque la città venne saccheggiata dalle forze ribelli in rappresaglia. 

I riti di sepoltura venivano normalmente accordati anche ai più poveri dal momento che molte istituzioni medievali avevano l’obbligo morale di offrire una sepoltura degna a tutti i loro fratelli Cristiani. Persino i criminali impiccati venivano seppelliti in terra consacrata, dunque il trattamento che è stato riservato a queste persone risulta ancora più inspiegabile. 

 
Anche se la maggior parte dei test deve ancora essere effettuata, e non si può ancora dire niente per certo, tu devi avere un’opinione su quello che può essere successo … 

Ci sono alcune teorie che spero che quelli dell’History Cold Case possano aiutare a confutare o confermare. 

Se il gruppo è stato trattato in modo diverso per motivi etnici o religiosi, la teoria più ovvia da esaminare è che rappresenti la sepoltura di massa delle vittime di un vero e proprio massacro organizzato. Per esempio sappiamo che fino all’espulsione generale della popolazione Ebrea dall’Inghilterra medievale, avvenuta nel 1290, le comunità ebraiche furono vittime di diverse persecuzioni violente. Le prime avvennero nel 1190, in seguito alla Terza Crociata, quando molti ebrei vennero uccisi a Norwich. Altri attacchi furono registrati nel decennio del 1230,quando venne appiccato il fuoco alle loro case. Speriamo che le ricerche del team possano rispondere in un modo o nell’altro a tutti questi quesiti. 

In assenza di traumi evidenti, attualmente sono portato ad optare anche per una seconda, meno sanguinosa teoria – che il gruppo sia formato da famiglie di ceto sociale molto basso rimaste vittima della fame o di malattie. L’alta percentuale di bambini potrebbe essere una prova che conferma questa catastrofica fine ma anche quest’altra teoria potrà essere ulteriormente approfondita con analisi scientifiche delle ossa e dei denti. Va inoltre aggiunto che, sebbene non note e diffuse come la Peste Nera, le epidemie di influenza, tifo o dissenteria erano piuttosto comuni nelle città medievali e naturalmente i poveri della città venivano colpiti per primi e più pesantemente, soprattutto nei periodi, come quello in questione, di prolungata carestia. Dunque perché seppellire queste persone particolari in fondo ad un pozzo se non per trattarle in modo diverso per qualche oscuro motivo?  Ebbene, nel caso in cui la città abbia dovuto affrontare un periodo caratterizzato da un alto tasso di mortalità in un breve periodo di tempo, in particolare in un momento di carestia generalizzata, una sepoltura di massa in un pozzo locale potrebbe essere stata la miglior soluzione disponibile per quel tempo. Nonostante le apparenze, sono comunque cauto nel presumere una mancanza di pietà da parte di chi dovette portare a termine l’ingrato e triste compito di calare in quel pozzo quelle persone. 

Comunque, sia che i test aiutino o meno a risolvere questo mistero medievale, il programma televisivo sta progettando di ricostruire le facce di uno degli adulti e di uno dei bambini, e davvero non vedo l’ora di guardare il viso di quelle persone la cui tragica storia è stata dimenticata per oltre 700 anni.
 
Bene, grazie Giles per questa interessantissima lezione di storia e archeologia e mi raccomando: tienici informati sui tuoi progressi sul caso. Vorremmo pubblicare presto un articolo, o perché no, un’altra intervista, sulla soluzione di questo mistero così distante ed oscuro. 

(English Version)

INTERVISTA CON LA STORIA 2
Il professor Tony Pollard parla dell’archeologia del campo di battaglia

Tony Pollard insieme ad Harry Patch,
110 anni, ultimo veterano della Prima
Guerra Mondiale (deceduto nel  2009)
Per il secondo appuntamento con “Intervista con la Storia” incontreremo (anche se virtualmente) niente meno che il Dott. Tony Pollard della Glasgow University Archaeological Research Division. Se al pubblico italiano questo nome non suona  tanto famigliare quanto a quello inglese, è forse perché “Two Men in a Trench” (Due uomini in trincea) la serie di documentari della BBC che ha condotto con il collega Neil Oliver non è mai passato sugli schermi italiani o forse anche perché i suoi studi si concentrano principalmente sulla storia scozzese. Ma Tony Pollard, oltre ad essere un famoso scrittore (il suo romanzo “The secrets of  the Lazarus Club” – I Segreti del Lazaus Club – è stato recentemente incluso tra i migliori thriller di tutti i tempi da un famoso critico letterario britannico, Mark Ripley), è universalmente noto nel settore come il Direttore del centro di Archeologia del Campo di Battaglia dell’University of Glasgow e come co-fondatore di una delle più accreditate riviste specialistiche sull’argomento, il “Journal of Conflict Archaeology”. Il centro, che è il primo nel suo genere, ha lo scopo di studiare e preservare i siti delle battaglie più famose, quelle che hanno fatto la storia, e a questo scopo ha già realizzato diversi progetti di studio nel Regno Unito e all’estero.


Comunque, tutte le informazioni che desiderate su Tony Pollard sono a portata del vostro mouse, quindi lascerò ulteriori dettagli su di lui e sulla sua carriera alle vostre ricerche su Google e passerò alla parte davvero interessante, le domande al nostro personaggio…


Ciao Tony, e grazie di nuovo per aver accettato di concederci questa intervista. 
Vogliamo incominciare con il Centro? Perché è nata l’Archeologia del Campo di Battaglia  e perché questa nuova branca dell’archeologia sta suscitando tanto interesse?
L’Archeologia del Campo di Battaglia esiste da circa 20 anni – la nascita vera e propria risale infatti agli anni 80 quando alcuni archeologi americani incominciarono a fare ricerche sul sito della Battaglia di Little Bighorn del 1876 dopo che un incendio aveva distrutto la vegetazione che lo ricopriva. Nonostante vi siano stati tentativi di studiare i campi di battaglia anche nel Regno Unito, è stato solo negli ultimi 10 anni che la materia ha definitivamente preso piede fino ad essere accettata come una vera e propria branca dell’archeologia. Oggi si è molto più disposti a parlare anche di argomenti come la violenza e il conflitto nel nostro passato – in fondo sono sempre stati aspetti della nostra esistenza di esseri umani e non dovrebbero essere tralasciati e dovrebbero farci riflettere anche sui tempi violenti in cui viviamo oggi. 


 E pensi che ci sia una ragione particolare per cui il primo centro importante che si occupa di questa nuova disciplina sia nato proprio in Scozia?
Il primo Centro dedicato completamente all’Archeologia del Campo di Battaglia  e al più amplio settore dell’archeologia dei conflitti è stato fondato alla Glasgow University nel 2006…E’ nato qui perché dopo aver abbandonato i miei interessi sulla preistoria mi impegnai nel 1999 in un progetto di ricerca sulla guerra Anglo-Zulu del 1879 in Sud Africa. Poi nel 2000 ho collaborato all’organizzazione presso la Glasgow University della prima conferenza internazionale sull’argomento. Di seguito ho partecipato alla serie della BBC ” Two Men in a Trench” e  una volta giunti alla dodicesima puntata non si poteva più tornare indietro. Era ovvio che se non partivamo noi con una sorta di istituzione sull’argomento qualcun altro lo avrebbe fatto presto e dato il nostro intenso coinvolgimento nel settore sembrava giusto che fossimo noi i primi. Eravamo anche impazienti di incominciare ad insegnare la materia  e il Centro ci ha permesso di creare il primo corso di studi post-laurea sull’Archeologia del Campo di Battaglia e dei Conflitti, che in breve è diventato molto famoso. Stiamo anche formando un numero sempre maggiore di studenti PhD (il più alto titolo conferito da un’università), cosa di cui sono estremamente soddisfatto. Insieme al mio collega Iain Banks ho anche fondato, più o meno nello stesso periodo, il “Journal of Conflict Archaeology”. 


Dunque, dicevi di aver incominciato con la preistoria, ma poi oggi, se non mi sbaglio, sei specializzato nel XVII secolo,  cosa è successo?
Quello che facevo, che per la maggior parte del tempo consisteva nell’ osservare pezzi di pietra scheggiata, incominciava ad annoiarmi. Mi sentivo come se avessi già scoperto tutto quello che potevo sull’argomento ed era ora di cominciare qualcosa di nuovo. E poi quel passato così lontano aveva incominciato a sembrarmi così astratto che non potevo far a meno di pensare che stavo solo facendo una sacco di congetture basate su prove inconsistenti.  Non mi sono mai pentito per quella decisione.


Da anglofila appassionata, di tutte le battaglie del passato, quella che mi affascina di più è senza dubbio quella di Agincourt. Cosa mi dici di te, qual è la battaglia che hai studiato maggiormente e con maggior passione,  quella a cui ti sarebbe piaciuto prendere parte (se avessi la certezza di uscirne indenne)? 
Da tempo sono strettamente legato alla battaglia di Culloden (1746) su cui abbiamo fatto ricerche per la prima volta per una puntata di ‘Two Men In A Trench’ nel 2000. I risultati di questo studio hanno portato alla rielaborazione totale del sito da parte del National Trust for Scotland e alla nascita, nel 2008, del nuovo centro per i visitatori. Abbiamo imparato molto sulle tecniche utilizzate a Culloden e ora stiamo applicando quelle conoscenze anche altrove. La battaglia è stata l’ultimo famoso atto della resistenza Giacobita, che segna la sconfitta dell’esercito di Bonnie Prince Charlie da parte delle giubbe rosse di Giorgio II comandate dal figlio del re, il Duca di Cumberland. Sono comunque interessato un po’ a tutte le guerre Giacobite, e con il Centro abbiamo svolto ricerche  anche su molte altre battaglie del lo stesso periodo tra le quali Killiecrankie (1689), Sheriffmuir (1715), e Prestonpans (1745). 
Ho comunque molti altri interessi, e spero di poter estendere il lavoro che abbiamo recentemente svolto sulla Prima Guerra Mondiale anche sulla Seconda e su conflitti anche più recenti.


Fino ad ora, quale momento considereresti l’apice della tua carriera di archeologo?
Penso che la scoperta della tomba di massa a Fromelles, nel nord della Francia nel 2007 e nel 2008, rimarrà sempre uno dei momenti più salienti della mia carriera. Si tratta delle tombe non contrassegnate di soldati Australiani e Inglesi sepolti dai tedeschi dopo la Battaglia di Fromelles che si è combattuta nel giugno del 1916. Dalla scoperta sono stati rinvenuti duecentocinquanta corpi che ora riposano in tombe individuali nel  primo cimitero della Commissione delle Tombe dei caduti in guerra del Commonwealth fondato 50 anni fa. 


Passiamo ora dall’archeologia alla futuro-logia! Qualche progetto in cantiere? 
Ci sono sempre molte idee in cantiere – ma non tutte vengono realizzate!  Abbiamo diversi progetti interessanti in programma per il prossimo anno. Innanzitutto ritorneremo a Somme per continuare il lavoro che abbiamo incominciato in Maggio di quest’anno (e che verrà mostrato in un documentario nel Regno Unito e all’estero nel febbraio 2011). Speriamo di poter realizzare molti altri progetti in collaborazione con la televisione – è un bel modo per far conoscere il nostro lavoro ad un pubblico più vasto.
Archeologia a parte, spero di finire di scrivere il mio secondo romanzo all’inizio del prossimo anno. Non vedo l’ora di chiudermi per tre settimane nel periodo natalizio in un cottage sperduto sulla costa occidentale della Scozia  per concentrarmi su questo obiettivo. E’ un horror ambientato in un campo di prigionieri di guerra durante la Prima Guerra Mondiale – si potrebbe dire che per me è pura evasione!!


Bene Tony, grazie di nuovo e buona fortuna per tutti i tuoi progetti!

Click here for the English version of the full interview.

Intervista con la Storia – 1
Alessandro Sponzilli su Sargon di Akkad

Roberta Zanasi intervista in esclusiva per Archeofilia Alessandro Sponzilli
 
E’ la prima volta che Archeofilia dedica un post ad un libro  e può meravigliare il fatto che tocchi proprio ad un romanzo, seppure ad uno storico, inaugurare questa nuova categoria.  Eppure  se è vero che tra le finalità  di questo sito vi è quella di dare una voce a quelle terre “che vengono fatte tacere” (vedi introduzione), l’ultima opera di Alessandro Sponzilli , “Il Signore del sole nascente”, ha proprio la caratteristica di riportare alla luce una cultura, una terra e  un personaggio spesso trascurati dai nostri libri di storia, che normalmente toccano la civiltà Sumera quasi incidentalmente, parlando della storia della scrittura.