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Trovate le prime prove concrete che i coloni inglesi di Jamestown ricorsero al cannibalismo

 

Una ricostruzione del volto di “Jane”, la giovane i cui resti recentemente trovati dagli studiosi dello Smithsonian dimostrano che nell’inverno del 1609 i coloni inglesi di Jamestown fecero ricorso al cannibalismo.

Pensare alle prime colonie inglesi in America normalmente ci richiama alla mente scene alla “Lettera scarlatta” con puritani vestiti di nero, donne dai capelli raccolti sotto alla tipica cuffietta bianca, incontri tesi tra colonizzatori e tribù native e rigida impostazione religiosa della vita quotidiana.  Tuttavia uno scheletro scoperto recentemente in quello che può essere considerato il più antico insediamento inglese del nuovo Mondo, Jamestown,  ha riportato all’attenzione del mondo accademico e dei media un aspetto molto più oscuro e drammatico della vita di quei coloni, aspetto di cui fino ad ora si era accennato solamente su cinque documenti dell’epoca: per superare il rigido inverno tra il 1609  e il 1610 i coloni sarebbero stati costretti a praticare  il cannibalismo.

Caravaggio, svelato il mistero della sua fine

I resti attribuiti al Caravaggio
Fonte: National Geographic
Davide con la testa di Golia
1610
Ritratto del Caravaggio
di Ottavio Leoni (1621)



(See below for the English abstract of this article)


“C’è anche un Michelangelo da Caravaggio che fa a Roma cose meravigliose. [Però] accanto al buon grano c’è l’erbaccia: infatti, egli non si consacra di continuo allo studio, ma quando ha lavorato un paio di settimane se ne va a spasso per un mese o due, con la spada al fianco e un servo dietro di sé, e gira da un gioco di palla all’altro, sempre pronto ad attaccare briga e ad azzuffarsi, tanto che è raro che lo si possa frequentare. [...]
Nonostante questo, la sua pittura è fuori discussione.”

(K. van Mander, pittore e scrittore olandese, “Het Schilderboek”, 1604)

   La notizia è dello scorso anno, e per la precisione del luglio 2010, quando buona parte delle testate giornalistiche Italiane riportava la sensazionale notizia del possibile ritrovamento  a Porto Ercole (GR) delle spoglie di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, uno dei più grandi pittori italiani che visse a cavallo tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600.
   Il 27 febbraio 2011, a quasi un anno da quel ritrovamento, National Geographic Channel ha mandato in onda un documentario realizzato da Patrizia Marani e diretto da Marco Visalberghi interamente dedicato a questo straordinario ritrovamento che aiuterebbe a gettare luce sugli ultimi momenti di vita di questo “pittore maledetto” tanto amato e allo stesso tempo discusso già ai suoi tempi.
Ancora una volta dunque Archeofilia tornerà ad occuparsi di un “cold case” a tutti gli effetti, dove storia, arte e genetica si fondono in una vicenda davvero appassionante.
    Andiamo con ordine. 
  Chi fosse il Caravaggio non sta certo a noi insegnarlo ai nostri lettori. Opere come “Il Fanciullo con Canestra di Frutta” o  il “Ragazzo morso da un Ramarro” , il suo “Bacco”  o la “Medusa”  fanno parte dell’immaginario iconografico di ciascuno di noi, come del resto le numerose opere d’arte sacra quali le rappresentazioni di “San Giovanni Battista”  o di “Davide che mozza la testa a Golia”.
Ma oltre che per l’enorme talento che sfoggiava con orgoglio e sicurezza e che lo portò ad entrare sotto la protezione di potenti del tempo quali il Cardinale Francesco Maria del Monte, il Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Malta e Costanza Colonna, il Caravaggio era famoso anche per il suo caratteraccio e la sua vita dissoluta passata tra taverne e risse, prigioni e gente poco raccomandabile. Ed era proprio a quella vita di strada e a quelle persone di malaffare che affollavano le sue giornate che il pittore si ispirava per le sue opere, arrivando persino ad utilizzare prostitute come modelle di opere sacre, contravvenendo alle leggi del tempo. Per quanto amato e ammirato dai suoi contemporanei dunque, la sua pittura venne però spesso messa in discussione perché considerata troppo “reale” e non adatta alla venerazione: diverse pale d’altare che eseguì su commissione vennero infatti rifiutate perché considerate indecorose. 
    Fu  la misteriosa fine, a soli 39 anni, a consacrare definitivamente il Caravaggio non solo alla storia dell’arte italiana, ma anche alla leggenda. Durante l’ennesima rissa scoppiata per futili motivi (c’è chi dice un gioco di carte, chi una partita a pallone), il pittore ferì mortalmente Ranuccio Tomassoni, giovane appartenente ad una influente famiglia filospagnola, e fu per questo condannato a morte. Fu dunque costretto ad abbandonare Roma, dove risiedeva, per fuggire prima a Napoli poi a Malta e infine in Sicilia, luoghi dove continuò a lavorare e ottenere fama e favore. Una volta rientrato a Napoli però venne a sapere della possibilità che il papa Paolo V revocasse la sua condanna in cambio di alcune tele dunque si imbarcò segretamente su un traghetto diretto a Porto Ercole, in Toscana da dove voleva poi procedere per Palo, in territorio papale. Una volta giunto a destinazione però viene arrestato (forse perché non ancora ufficialmente graziato, forse perché scambiato per un’altra persona) e le notizie su di lui, a questo punto si fanno sempre più confuse. C‘è ci dice che quando riuscì a liberarsi, con la feluca che lo aveva accompagnato ormai ripartita insieme alle tele che gli sarebbero servite per lo scambio con il Papa, solo, disperato e senza un soldo, costretto forse a procedere a piedi, si ammala di malaria e il 18 luglio del 1610 «senza aiuto humano», come narra Baglione, suo biografo, muore «malamente, come appunto malamente avea vivuto», mentre per altri rimane vittima di una vendetta. A Roma, nel frattempo, dopo anni di perorazioni da parte dei suoi ricchi mecenati, la revoca del bando capitale era stata finalmente firmata, ma era troppo tardi.
   Nel 2009, a circa 400 anni da tutte queste tormentate vicende, Giovanna Anastasia, un’archeologa di Porto Ercole, dichiara in un’intervista al “Corriere della Sera”che in occasione di scavi per opere civili effettuati  nel 1956 a Porto Ercole, era stata rinvenuta una fossa comune che conteneva, fra gli altri, quelli che a lei, a quel tempo bambina, erano stati presentati come i resti del pittore Caravaggio. Il mantello logoro che li avvolgeva recante la croce dei cavalieri di Malta (sappiamo infatti che per non essere riconosciuto, in quegli ultimi giorni il pittore si era vestito proprio da cavaliere di Malta) sarebbe stata la prova sufficiente a fare in modo che il parroco del paese trasferisse quei resti nella chiesa. 
Questa testimonianza ha riportato l’attenzione di un team di ricercatori di varie università italiane sul mistero degli ultimi giorni del Caravaggio. L’antropologo Giorgio Gruppioni (Bologna), la genetista Elisabetta Cilli (Bologna), il geologo Antonio Moretti (l’Aquila) e  lo storico dell’arte Maurizio Calvesi (Roma) hanno unito i loro sforzi per arrivare a confermare, con una percentuale di sicurezza pari al 85%, che i resti rinvenuti sono effettivamente quelli del pittore del 600. 
   La prima analisi effettuata sui resti rinvenuti è stata quella del Carbonio 14 che ha dimostrato come le ossa risalissero all’epoca del decesso (1610) e appartenessero effettivamente ad una persona di circa quarant’anni. Ulteriori analisi chimiche effettuate sulle ossa hanno poi evidenziato una forte presenza di piombo, cosa piuttosto normale nei pittori se si considera che a quei tempi molti colori erano a base di questo metallo. Le fonti ci dicono che il Caravaggio “viveva” letteralmente sulle sue tele, mangiando mentre dipingeva e passando la maggior parte del suo tempo a contatto con i colori. Oggi gli effetti del piombo sull’organismo umano sono ben noti, tanto da farci attribuire la follia di tanti pittori del passato, da Goya a Van Gogh, proprio all’intossicazione cronica da piombo, che prende anche il nome di saturnismo o, per l’appunto, di“ morbo dei pittori”. E dunque anche il Caravaggio, con buon probabilità, doveva il suo caratteraccio, la sua irascibilità e forse la sua stessa fine,  al contatto continuo con quel metallo, cosa che vedrebbe conferma nei quadri in cui si auto ritrae (per esempio le varie versioni di “Davide con la testa di Golia”)con i denti ingrigiti ed estremamente rovinati, sintomo tipico di questo tipo di intossicazione.
A questo punto dunque gli studiosi avevano la certezza di aver trovato i resti di un pittore del 600 morto a Porto Ercole all’età di 40 anni, ma non che quel pittore fosse a tutti gli effetti il Caravaggio. 
   La svolta nelle ricerche si è avuta con  il confronto tra il DNA ricavato dai resti e quello degli abitanti di cognome Merisi che vivevano a Caravaggio, in provincia di Bergamo, paese d’origine dei genitori del pittore  nel quale la famiglia Merisi si trasferì per sfuggire all’epidemia di peste che dilagò a Milano nel 1576. Per quanto infatti l’unico fratello di Michelangelo fosse sacerdote e la discendenza della sorella Caterina sia stata interrotta nel 1750, in un paese piccolo come Caravaggio c’era ancora una buona possibilità che le persone che portavano lo stesso cognome del pittore ne condividessero la discendenza.
   Quest’ultimo confronto ha dato i risultati sperati, mostrando una notevole affinità tra i due DNA e dunque avvalorando ulteriormente la tesi degli studiosi.
   Ma la ricerca continua e nuove analisi e verifiche verranno effettuate per raggiungere livelli di certezza ancora superiori ed arrivare a dare una degna sepoltura ad un pittore che ha rivoluzionato la storia dell’arte italiana e che forse ha dovuto proprio a quella sua travolgente passione per l’arte la sua prematura fine a soli 39 anni.


(Fonte: National Geographic, 27 febbraio 2011)


ENGLISH ABSTRACT:


Found the body of the bad boy of Baroque
A multidisciplinary group of scholars, which includes the anthropologist Giorgio Gruppioni (from the university of Bologna), the geneticist Elisabetta Cilli (from the university of Bologna), the geologist Antonio Moretti (from the university of l’Aquila) and the art historian Maurizio Calvesi (Rome), have united their efforts in the attempt of identifying the remains of the XVII century painter Michelngelo Merisi da Caravaggio. A documentary broadcast last February by National Geographic Channel showed the stages of the research from the finding of the bones, the chemical analysis carried out on them, up to the final comparison between DNA from the bones and that of all the inhabitants called Merisi living in the little town of Caravaggio, hometown of the painter’s parents.