Cronaca di un mosaico riscoperto

particolare

Particolare del mosaico

 Nell’ottobre 2010 Archeofilia pubblicava in esclusiva la notizia del ritrovamento in località Magazzino di Savignano sul Panaro (Modena) di  un mosaico romano che decorava una ricca dimora di campagna del V secolo dc. Allora ci eravamo recati personalmente sul luogo dello scavo per parlare con gli archeologi e i restauratori che si sono occupati del recupero del pavimento musivo e ne era nato un post “a freddo” sulla scoperta.  Oggi, a tre anni esatti da quei giorni,  il mosaico è arrivato nella sua sede definitiva, la casa natale di Giuseppe Graziosi, il pittore e scultore che vide i natali proprio a Savignano sul Panaro nel 1879,  e la cui vita, come vedremo,  si intrecciò sul finire dell’ottocento con quella del nostro mosaico.

Quello che vi proponiamo  oggi è dunque una cronaca della storia del mosaico  dalla sua realizzazione alla presentazione ufficiale dello scorso 26 ottobre 2013.

Capitolo 1 – I sec. a.C/ V sec. d.C.  - La realizzazione

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Disposizione delle stanze della villa secondo l’indagine effettuata (Fonte: Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna)

In epoca romana l’attuale Savignano si trovava in una fiorente area rurale dotata di importanti vie di comunicazione quali il fiume Panaro e la Strada Claudia e di un territorio collinare che favoriva coltivazioni quali l’ulivo e la vite. Il celebre geografo greco Strabone parla inoltre della pregiata “lana modenese” che proveniva proprio da queste zone. Non stupisce dunque che  in un periodo compreso tra il I e il II secolo a.C., un ricco signore abbia pensato di porre la propria dimora in una zona così economicamente fervida. Di questa prima costruzione è emerso durante lo scavo del 2010 solo un frammento di pavimento in cacciopesto o  opus signinum, costituito da laterizi frantumati mescolati ad una malta fine.
Sull’identità del signore che fece costruire la casa non ci sono certezze, ma il dott. Filippo Maria Gamberi  Soprintendente dei Beni Archeologici dell’Emilia Romagna, durante la presentazione del mosaico a Savignano, ha suggerito un legame con la stessa famiglia dei Savini di origine gallica, alla base non solo del toponimo dello stesso Savignano, ma anche di molti altri quali Savigno, Savona, o il fiume Sava in Slovenia. Un nome gallo ligure dunque che ottenne dignità gentilizia solo tra il I e il II secolo dopo Cristo: appartenenti a questa gens compaiono infatti in posizioni di rilievo, per es. tra i consoli, soltanto in tarda età imperiale. La villa ha avuto probabilmente una vita molto lunga, con diversi adattamenti dovuti al variare del gusto estetico e fu solo nel V secolo che la parte padronale venne arricchita con il mosaico oggetto di questo articolo. Maria Grazia Maioli, una degli esperti che si sono dedicati allo studio del reperto,  suggerisce come tali abbellimenti potessero essere collegati “all’arrivo della corte imperiale a Ravenna che comportò la riqualificazione di tutta l’area emiliano-romagnola e una trasformazione sia degli impianti rustici che delle strutture urbane, ampiamente confermata da esempi soprattutto nel Ravennate e Riminese. I funzionari della corte e i loro associati e collaboratori, ritennero infatti necessario costruire ex novo o, quando possibile, riadattare strutture che fossero rappresentative sia delle loro funzioni specifiche che del nuovo gusto. […] Lo stesso avvenne nelle ville rustiche, la cui funzione agricola ed economica fu spesso trasformata in quella, più rappresentativa, di villa di caccia.”
La particolare preziosità del pavimento non è attestata solo dalla lavorazione musiva ma anche dal tipo di pietre che sono state utilizzate per le tessere. Poche sono infatti quelle di origine locale, ricavate probabilmente da sassi in calcare e arenaria reperiti lungo il fiume (in linea di massima di colore chiaro), mentre molte, come quelle rosse, provengono dal veronese (per esempio le pietre ammonitico rosse o le bianche in pietra d’Aurisina). Sono rimasti solo alcuni esempi di tessere in pasta vitrea che facevano  parte di un rosone centrale a noi non pervenuto ma che doveva essere costituito da una corona di alloro e probabilmente un vaso centrale, mentre è  dall’attuale Turchia che sembra sia giunto  il marmo proconnesio di  alcune altre tessere.

Capitolo  2 – V sec.d.C/ XIX secolo – L’abbandono

Dunque, nel V secolo, proprio mentre l’impero romano stava affrontando la pressione sempre più insistente dei barbari lungo i suoi confini, chi abitava la villa pensò di investire in abbellimenti e forse ampliamenti della sua dimora. Ma cosa successe dopo, vale a dire tra la realizzazione del mosaico e il suo primo ritrovamento? Lo chiediamo al professor Giorgio Pancaldi dell’associazione culturale Ponte Alto, esperto di storia locale: “La domanda è  difficile. Allo stato attuale delle nostre conoscenze è arduo  affermare se vi sia stata continuità dopo il V° secolo. Alcuni frammenti potrebbero  testimoniare che la villa ha continuato a vivere: la presenza  di un ambiente riscaldato di incerta attribuzione temporale potrebbe far pensare a un impianto termale … ma sono  solo supposizioni. C’è da ricordare che fra il VI e il VII secolo il lungo conflitto fra Longobardi e  Bizantini vide  il territorio modenese come cuscinetto. In particolare Savignano fu terra di mezzo fra le  fortificazioni Bizantine  e la destra del Panaro ( sono state trovate testimonianze Bizantine alle Falloppie e longobarde a Doccia) Da alcune tracce si può ipotizzare ci sia stato un incendio che distrutto sia la villa di Melda sia la villa di Pratoguarrato (altra villa romana scoperta dal Crespellani a Savignano, anch’essa dotata di un pavimento musivo).

Capitolo 3 – 1897 – La (prima) scoperta

Arsenio Crespellani

Arsenio Crespellani

Nel 1898 il ritrovamento del mosaico nel podere chiamato Melba di Sotto attirò l’attenzione di Arsenio Crespellani, archeologo modenese la cui famiglia, un benestante casato di provincia , era originaria di Savignano dove ancora possedeva una casa di campagna ed alcune proprietà. Il Crespellani, a quel tempo Ispettore delle Antichità e direttore del Museo Civico Archeologico di Modena, nella prefazione alla sua opera Dizionario archeologico del Modenese, aveva attribuito proprio alla ricchezza archeologica di queste terre la sua grande passione per l’archeologia: “L’atavismo di famiglia, la mia giovinezza passata in un ambiente dove risuonavano spesso i ricordi di scoperte archeologiche importanti e chiassose avvenute nel paese di Savignano dove villeggiavo ed ove spesso venivano cultori di archeologia, mi condussero a poco per volta agli studi”.

Capitolo 4 – Il risotterramento

La riproduzione del mosaico di G.Graziosi

Dopo aver visto il mosaico e trovandosi impossibilitato a rimuoverlo, forse per motivi economici o forse perché allora non si era ancora in possesso di tecniche che potessero garantire una sicura rimozione dell’opera musiva, il Crespellani decise di procedere con il risotterramento, non prima però di contattare un amico perché ne riproducesse la bellezza. Il metodo di lavoro del Crespellani includeva infatti riproduzioni grafiche, fotografiche e a volte anche calchi delle opere antiche che studiava, che andavano a completare le sue ricerche. L’amico in questione non era altri che  Giuseppe Graziosi, a quel tempo artista in erba, che era nato proprio nella casa in cui oggi tutti possono ammirare il mosaico. Da tempo infatti il Crespellani aveva scoperto il talento artistico del giovane Graziosi e, essendo lui senza figli, lo aveva scelto come suo protetto mantenendolo agli studi (prima al Venturi di Modena, poi a Firenze, Roma e Parigi) e commissionandogli frequenti riproduzioni di edifici o artefatti storici. Pare però che il Graziosi abbia realizzato l’acquerello senza aver visto di persona il mosaico, forse basandosi su qualche schizzo del Crespellani, tanto che la sua riproduzione presenta alcune differenze con l’originale. Ciò non toglie che l’opera conservi tutt’oggi una sua dignità artistica indipendente dall’opera che rappresenta.

CAPITOLO 5 – Il (secondo) rinvenimento del 2010

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L’area del ritrovamento

Nel 2010, in occasione dei lavori per la costruzione di una rotatoria nella zona di Magazzino di Savignano il mosaico riemerge, ma stavolta, grazie ai finanziamenti concessi dalla Provincia di Modena, all’abilità degli archeologi della ditta Tecne e dei restauratori della Wunderkammer di Ravenna l’opera viene rimossa sotto la direzione scientifica di Luca Mercuri della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, e portata in laboratorio  per lo studio e il restauro.
Ma dopo aver visto il mosaico interrato così come è stato trovato nel cantiere, la domanda sorge spontanea: come è stato possibile prelevarlo? E’ lo stesso Ugo Capriani, titolare della Wunderkammer, a spiegarcelo. “Nel 2010, in occasione dei lavori per la costruzione di una rotatoria nella zona di Magazzino di Savignano il mosaico riemerge, ma stavolta, grazie ai finanziamenti concessi dalla Provincia di Modena, all’abilità degli archeologi della ditta Tecne e dei restauratori della Wunderkammer di Ravenna l’opera viene rimossa e portata in laboratorio  per lo studio e il restauro. Ma come è stato possibile? E’lo stesso Ugo Capriani, titolare della Wunderkammer, a spiegarcelo. “Sul sito il mosaico è stato cosparso di una colla idrosolubile  per fissare le tessere sulla quale poi sono stati applicati più strati di una tela bianca (mussola). Ovviamente il processo è stato fatto non sull’intera opera ma su singoli pezzi di essa. Ci sono varie scuole di pensiero su come condurre questa operazione di “suddivisione” del mosaico: c’è chi dice che si debba suddividerlo tagliandolo in forme regolari e chi, come me, sostiene che sia invece meglio seguire le rotture e fessurazioni presenti sul mosaico. Sulla mussola è stato poi applicato uno strato di patta di lino con colla vinilica. Una volta asciugato sono state infilate sotto al mosaico le spade, ferri appiattiti che hanno lo scopo di tagliare e staccare l’opera dell’uomo dal terreno sottostante,  cercando di mantenere intatto il più possibile anche lo strato di sottofondo. A questo punto, il mosaico è stato staccato e riposto a faccia in giù su pallet  per il trasporto in laboratorio. Una volta qui è stato pulito il fondo e i vari pezzi sono stati riassemblati su un sottofondo forte di calce su pannelli di vetroresina e alluminio (Areolam), materiale leggero e molto resistente. Quando il tutto si è asciugato abbiamo sciolto la colla e rimosso la tela bianca dalla parte superiore del mosaico. A questo punto si è passato alla pulitura, in particolare per questo mosaico abbiamo utilizzato anche uno strumento al laser molto  preciso che ha polverizzato  le particelle di “sporco”. Infine il mosaico è stato reintegrato nelle lacune più piccole con tessere originali provenienti dallo scavo  e quindi garbatamente incerato e protetto, perché non dobbiamo dimenticare che originariamente queste opere erano tirate a lucido, quindi anche i colori risultavano molto brillanti.”

CAPITOLO 6  La mostra a Modena e lo studio

Il mosaico in mostra al Lapidario del Museo Civico Archeologico di Modena

Il mosaico in mostra al Lapidario del Museo Civico Archeologico di Modena

Il mosaico così restaurato e ricomposto è stato poi esposto al Museo Archeologico Etnologico di Modena e in occasione della mostra è stata pubblicata l’edizione scientifica dello scavo a cura di Luca Mercuri con contributi di Donato Labate, Silvia Pellegrini, Ilaria Pulini, Carla Corti, Maria Grazia Maioli, Stefano Lugli, Giorgia Della Casa e Ugo Capriani.

CAPITOLO 7  - Il trasferimento a Savignano

L'arrivo
Operai dell'Arca al lavoro
Ugo Capriani sui disegni
Wunderkammer all'opera
F.Piccinini alla presentazione
U. Capriani parla del restauro
S.Lugli e D.Labate mostrano la provenienza dei materiali
Il taglio del nastro

(foto R. Zanasi, M.Pancaldi)

Dopo tre anni dal ritrovamento, nel settembre del 2013 il mosaico viene restituito a Savignano ed esposto presso la casa natale del Graziosi, dove a partire dal 26 di ottobre, data della presentazione ufficiale al pubblico,  può essere ora ammirato da tutti.

Ma perché poi dovremmo continuare a conservare, esporre e studiare queste opere del passato? La risposta ce la dà F.M.Gamberi, durante il discorso all’inaugurazione della mostra :”Il nostro interesse non deve essere un mero feticistico attaccamento a questi manufatti del passato, ma dobbiamo vedere questi  ritrovamenti come la parte tangibile della nostra storia, la cui comprensione ci porta a una comprensione più profonda delle nostre stesse radici”.

 

Articolo di Roberta Zanasi – Foto Roberta Zanasi, Marco Pancaldi

 

 

 

 

 

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