Il mio nome è Nessuno – Il Ritorno
Incontro con Valerio Massimo Manfredi

V.M. Manfredi

Che un blog di storia e archeologia dedichi tanti post a romanzi che, seppur su uno sfondo storico, presentano vicende frutto dell’immaginazione umana, potrebbe sembrare inadeguato, persino contraddittorio.E ammettiamo di esserci “trattenuti” di tanto in tanto, dal recensire qui opere (parliamo sempre di romanzi storici) che ci hanno affascinato, nel timore di discostarci troppo dalla nostra mission principaleParlare poi, come faremo oggi, di un volume che si rifà non tanto alla storia antica, bensì all’epica, potrebbe apparire doppiamente stridente.

Durante un incontro in cui il prof. Valerio Massimo Manfredi presentava il suo ultimo libro “Il mio nome è nessuno – Il ritorno” abbiamo trovato la risposta a come queste due facce della realtà, la letteratura  e la  storia, possano e debbano convivere. Manfredi spiega perché, dopo quasi trenta secoli dalla loro creazione,  i poemi omerici siano ancora letti, apprezzati, studiati, e, paradossalmente, per farlo cita nientemeno che Tucidide, creatore della storiografia nel senso moderno del termine, quella che ha l’onere della prova, quella che verifica le fonti. Proprio quel Tucidide che diceva che era ora di accantonare

“le celebrazioni che i poeti hanno fatto di quegli stessi avvenimenti [ndr avvenimenti storici], abbellendoli, o le narrazioni dei logografi, aventi come scopo più il diletto dell’udito che la verità, avvenimenti non provabili e per la maggior parte, per effetto del tempo trascorso, passati a far parte del mito in modo da non meritare attendibilità”.

Eppure, ricorda Manfredi, Omero oggi è ancora più letto e più famoso di quel Tucidide che ha trattato di cose vere e comprovate. Il motivo? “L’uomo” dice lo scrittore, “per essere completo, ha bisogno di due cose, memoria e  identità. La memoria viene dalla storia e l’identità dai poeti. E i poeti ci danno più vite di quante il nostro destino personale ci avrebbe concesso.” E’ con questa frase che sentiamo così nostra, perché come spesso fanno le parole dei grandi scrittori, pare tradurre nella sfera del tangibile una sensazione che abbiamo sempre avuto e che solo ora sembra prendere forma, siamo pronti ad affrontare un romanzo sulla vita di Ulisse.

“Il mio nome è Nessuno – Il ritorno” è, come suggerisce il titolo, il secondo volume di una trilogia sulla vita dell’eroe dal “multiforme ingegno”, che ne narra il lungo e travagliato  ritorno a casa, nell’amata Itaca,  dopo la caduta di Troia.

Per realizzare la trilogia l’autore ci confessa di aver riletto interamente i poemi omerici e tutti i 150 mila versi del “ciclo epico”, una serie di frammenti che contengono le vicende eroiche narrate dall’Iliade e dall’Odissea. E sebbene quei versi siano stati per l’autore materia di studio praticamente per tutta la vita,  questa rilettura gli ha riservato ancora una volta interessanti sorprese, che ci permettono di capire come un uomo di oggi abbia potuto permettersi di ricreare,  scrivendo in prima persona e con stile realistico, la storia di quell’eroe di un tempo apparentemente così remoto. Manfredi sottolinea come le opere omeriche fossero in realtà nate da una tradizione orale, fatte dunque per essere recitate e cantate dagli aedi davanti a un pubblico. Questo spiega il loro svilupparsi per “picchi narrativi”, una tecnica volta a mantenere sempre alta e vigile l’attenzione degli ascoltatori. Per questo motivo Omero spesso utilizza espedienti che gli servono per raggiungere il picco narrativo ma che poi abbandona. Manfredi dice di aver scovato quegli interrogativi irrisolti, quei fili lasciati aperti e di aver trovato nelle opere omeriche stesse traccia di come concluderli. La sepoltura di Argo è un chiaro esempio di questo modo di procedere. Dopo che per anni Ulisse è stato lontano da casa, il suo amato cane è l’unico a riconoscerlo al ritorno e dopo averlo debitamente salutato, muore. Lo strazio di Ulisse davanti alla morte di Argo è sufficiente per suggerire all’autore la scena della sepoltura dell’animale, non contemplata nell’Odissea, ma naturale conseguenza di quell’amore per quell’amico fedele che Ulisse stesso mostra nel poema. Come in questo caso, l’Odissea sembra essere piena di spunti che un attento amante dell’opera e un fine conoscitore del suo tempo può sviluppare secondo i suggerimenti nascosti tra le righe dallo stesso Omero. Con che parole Ulisse saluta per sempre l’”amante bambina” Nausicaa? Che fine farà la famosa tela di Penelope? Cosa successe il giorno successivo alla strage dei Proci? Fino a quell’ultimo grande mistero, il viaggio in cui Ulisse si imbarcherà dopo il suo ritorno ad Itaca di cui Omero non parla se non tramite le parole dell’indovino Tiresia, e su cui gli scrittori di tutte le epoche si sono sbizzarriti (Vd. Dante).

Un grande quesito a cui Manfredi si è trovato a rispondere durante la presentazione dei due volumi “Il mio nome è Nessuno”, è stato il perché Ulisse sia stato più di Achille, tanto presente nella letteratura di tutti i tempi, da Virgilio, a Dante, fino ai moderni Tennyson e Joyce, e perché  sia ancora oggi considerato un eroe moderno. “Ma perché Ulisse è un uomo” risponde l’autore, “ noi ci riconosciamo in lui. Non è un monolite come Achille. Nell’Iliade c’è persino un punto in cui fugge dal campo di battaglia per la paura. Quando poi Ulisse incontra Achille, nell’Ade, e gli si rivolge dicendo che nessuno è più beato di lui, perché come era celebrato e onorato fra i vivi, così lo è fra i morti, Achille risponde:

“Non abbellirmi, illustre Odisseo, la morte!
Vorrei da bracciante servire un altro uomo,
un uomo senza podere che non ha molta roba;
piuttosto che dominare tra tutti i morti defunti”

La svolta è epocale, Achille rifiuta a tutti gli effetti l’etica eroica tutta incentrata sulla gloria e la fama di cui era simbolo in vita,  per abbracciare invece i valori di Ulisse, più umani, più “moderni”, l’amore per la vita, la patria e la famiglia. Ulisse rappresenta quindi l’uomo a cavallo di due ere storiche differenti, il passaggio tra queste due.

Conclude Manfredi sulla modernità di Ulisse citando un altro brano dell’Odissea, quello da cui prende il nome la trilogia:

“Nessuno è il mio nome. Nessuno mi chiamano
mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni»

Nessuno è il suo nome, perché quell’eroe che ama, soffre per la perdita dei suoi compagni e per il senso di colpa che la accompagna,  sente la nostalgia di casa e della famiglia, prova rabbia, gioia ed è capace di commuoversi alla morte del proprio cane, è in realtà un po’ tutti noi.

 

 

 

2 Responses to Il mio nome è Nessuno – Il Ritorno
Incontro con Valerio Massimo Manfredi

  1. Poggioli Maria Teresa scrive:

    Molto bello questo articolo. Ero presente all’incontro,
    affascinata dal carisma che emana Valerio Massimo quando parla di epica. Leggendo questo articolo ho rivissuto le stesse emozioni. Complimenti!
    Mi piacerebbe conoscere il parere del Prof. Valerio Massimo Manfredi!

  2. admin scrive:

    Ho piacere che ti sia piaciuto e che condivida anche tu la nostra “archeofilia”! Chissà che presto il nostro sito non riesca a riservare una speciale sorpresa ai fan del Prof. Manfredi! ;-)

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