Paolo Graziosi: dalla Venere di Savignano al K2

 

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Paolo Graziosi al lavoro – Foto Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria

A 60 anni dalla partecipazione del noto archeologo e antropologo italiano Paolo Graziosi alla spedizione sul  K2 guidata da Ardito Desio, il FAI Giovani Modena in collaborazione con il comune di Savignano sul Panaro ha organizzato un convegno su questo importante studioso del 900 proprio a Savignano, paese di origine della sua famiglia. In realtà, la spedizione al centro dell’incontro “Un Modenese sul K2” rappresenta solo uno dei tasselli della ricca carriera di Paolo Graziosi, che i lettori del nostro sito ricorderanno perché primo studioso a pubblicare ufficialmente uno studio sulla Venere di Savignano (vedi post in proposito).

Nato a Firenze e figlio del noto pittore e scultore savignanese Giuseppe Graziosi, Paolo era giovanissimo, uno studente di Scienze Naturali pressoché ventenne, quando si dedicò all’analisi del prezioso manufatto. E quello non sarebbe stato che l’inizio di una carriera che lo avrebbe portato a diventare il maggior studioso italiano di arte preistorica.

Il convegno di Savignano si è focalizzato su tre aspetti della vita del Graziosi che hanno avuto nell’anno 1954 un momento fondamentale per il loro sviluppo: la spedizione sul K2, trattata da Luca Calzolari (direttore della rivista Montagne 360 del CAI), lo studio antropologico sulla popolazione dei Kafiri stanziata sul confine afghano-pakistano, presentato da Maria Gloria Roselli curatrice del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze che ha presentato splendide foto effettuate dallo stesso Graziosi, e la fondazione dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria, raccontata dalla presidente pro-tempore dell’Istituto stesso, Maria Barnabò Brea.

Vi riproponiamo un estratto dei tre interventi.

La montagna degli Italiani:
la conquista del K2 nell’Italia degli anni ’50

Dal diario di Compagnoni e Lacedelli che il 31 luglio 1954 raggiunsero la vetta del K2:

“L’ultimo tratto era una larga cresta di neve, non ripida, che andava da sinistra verso destra, ad un tratto ci accorgemmo che il pendio si attenuava, la neve diventava consistente, grazie a Dio non si affondava più. Il pendio si attenua ancora, è quasi piano, è piano, guardiamo intorno quasi stentando a  credere, dopo mesi e mesi di fatiche non ci resta più niente da salire. Sopra di noi soltanto il cielo, ma siamo proprio sulla cima? Dinanzi a noi, a notevole distanza si alza un’altra  elevazione della cresta. Sappiamo che verso nord esiste un’anticima, precisamente quella che si vede dal campo base, più bassa della vetta autentica, ma vogliamo essere ben sicuri. Abbassando il capo osserviamo sull’orizzontale per non avere poi rimorsi. No, siamo più alti noi. Fin dove arrivano gli sguardi non c’è assolutamente nulla che ci superi, sono ormai le sei di sera intorno, mentre la nebbia si  è completamente sciolta, torreggiano in schieramento formidabile i meravigliosi giganti del Karakorum, il panorama è uno spettacolo indescrivibile. La cima del K2 è come un grande crinale di ghiaccio, leggermente incrinato verso nord, ci potrebbero stare comodamente un centinaio di persone.”

La missione del 1954 sul K2, la vetta più alta della catena del Karakoroum e la seconda più alta del mondo, venne organizzata, come sempre succedeva a quei tempi, da apparati statali, e quindi, nel nostro caso, da CAI, CONI  e CNR.  La conduzione dell’impresa fu affidata ad Ardito Desio, noto geologo ed esploratore friulano che aveva già partecipato ad una spedizione sul K2  che però non aveva raggiunto la cima. Tra i compiti di Desio c’era quello di selezionare un gruppo di studiosi di diverse discipline che avrebbero costituito la parte scientifica della missione. Tra questi c’era proprio Paolo Graziosi che doveva occuparsi delle ricerche  in campo archeologico ed antropologico nell’area, e che, come vedremo, si sarebbe concentrato sulla popolazione dei Kafiri, realizzando uno studio che rimane ancora oggi unico per accuratezza e documentazione.

La spedizione venne finanziata con una legge dello stato che stanziò 50 milioni di lire, (circa 600.000 Euro odierni) ma che venne però approvata solo il dieci novembre 1954, cioè dopo il ritorno degli esploratori in Italia. Il denaro necessario per finanziare materialmente la spedizione venne dunque dal CONI, dal comune e dalla provincia di Milano, dalla CARIPLO nonché dalle ditte produttrici di materiali. In complesso però la missione, con i suoi 30 componenti, i 700 portatori impegnati nella costruzione del campo base e la sua durata di circa tre mesi, sarebbe venuta a costare quello che oggi equivarrebbe a 2 miliardi e 372 milioni di Euro.

Non è dunque difficile capire il motivo per cui, quando il 12 agosto 1954 un telegramma inviato da Skardu, capitale del Baltistan, annunciò alla presidenza del CAI il raggiungimento della vetta da parte della spedizione capeggiata da Ardito Desio, quel successo venne subito considerato un po’ come una vittoria nazionale.
La risposta dell’Italia del dopoguerra a quella notizia fu infatti un’ondata di entusiasmo travolgente che raggiunse il suo apice quando la motonave Asia che riportava a casa i protagonisti della spedizione attraccò a Napoli e poi a Genova. La vicenda occupò per settimane le prime pagine dei giornali e numerosi programmi radiofonici furono dedicati alla vicenda.  Riportiamo alcuni brani presi da Cinegiornale Luce del tempo che ben dimostrano l’euforia generale che il successo innescò a livello nazionale:

“Napoli 21 settembre. La motonave che reca a bordo i reduci della spedizione Italiana vincitrice del K2 sta per entrare in porto. Dopo circa 6 mesi i valorosi scalatori italiani ritornano alla madre patria. Sulla banchina la folla è in commossa attesa. Solo pochi attimi li separano ormai dal patrio suolo. [...] Tutti vogliono chiedere, vogliono sapere e loro, gli eroi di questa grande impresa, sorridono, parlano commossi e stupiti mentre i fotografi sparano i loro lampi [...] attraversano trepidanti ed emozionati la passerella per toccare nuovamente il suolo d’Italia[...] questi uomini forti e modesti che hanno dato alla patria una vittoria che si chiama ardimento, coraggio, volontà”. O ancora: “Son tornati! Hanno vinto! Gioia entusiasmo orgoglio. Sulla vetta del K2 sventola il tricolore e dal cuore dell’Italia si eleva commosso “grazie”. Grazie ragazzi del K2 che con la vostra magnifica impresa avete dato gioia imperitura al nostro alpinismo e alla nostra patria.” Il tono e l’enfasi di questi documenti raccontano l’orgoglio nazionale che diventò la chiave di lettura dell’impresa e che portò a far diventare il K2 “la montagna degli italiani”.

La prima pagina della Domenica del Corriere del 16 agosto 1954

La prima pagina della Domenica del Corriere del 16 agosto 1954

Gli anni della guerra erano ancora ben vivi nella memoria del paese e c’era voglia di voltare pagina. L’economia stava appena iniziando a ripartire ma solo l’anno precedente un’indagine aveva parlato di 12 milioni di poveri disagiati. La vita era difficile, con forti tensioni sociali. Questo successo alpinistico, insieme ad altri successi sportivi del tempo, contribuì, grazie anche al largo spazio mediatico che venne ad essa concesso, a creare un forte “cemento” nazionale.

Tuttavia nei mesi e negli anni che seguirono quella missione fu “macchiata” da un’inesauribile strascico di polemiche che si è protratto fino a  una decina di anni fa e che si basava principalmente su alcune discrepanze tra i racconti dei due componenti della spedizione che raggiunsero la vetta, Compagnoni e Lacedelli, e la versione dei fatti raccontata in varie pubblicazioni da Walter Bonatti, altro componente fondamentale della missione che vide la sua importanza ai fini del successo finale sminuita dai resoconti ufficiali. Solo nel 2004 il CAI ha preso una posizione definitiva sulla questione affidando un’indagine a tre “commissari” speciali che riabilitarono la figura di Bonatti concludendo che se Compagnoni e Lacedelli riuscirono a raggiungere la vetta  fu solo grazie alle bombole di ossigeno che Bonatti e il suo accompagnatore hunza Mahdi avevano portato loro mettendo a rischio la loro stessa vita con  un bivacco notturno a 8150 mt. Ma le discussioni non firnirono qui.

Compagnoni per esempio, chiese anche una partecipazione ai diritti del film che era stato girato, anche se prima della spedizione vi aveva rinunciato, sostenendo che le scene di vetta le aveva girate lui ma che per far questo aveva subito il congelamento e la conseguente amputazione delle dita che gli impediva di continuare a lavorare.

Tutte queste polemiche non furono però casi isolati e riguardarono tante delle spedizioni del tempo, a dimostrare tutta la tensione che in quegli anni investiva l’himalayismo, con una sorta di corsa alle vette più alte. Appena un anno prima, l’Everest era stato scalato da Edmund Hillary e Tenzing Norgay  e il Nanga Parbat (la nona montagna più alta del mondo, in Pakistan) dall’austriaco Hermann Buhl. I francesi arrivarono sull’Annapurna in Nepal nel 1950 e i Giapponesi scalarono il Manaslu  sempre in Nepal nel 1956. Come si è visto dunque non si trattava più solo di alpinismo, ma  tante erano le carte in gioco  quali  il prestigio nazionale, il nazionalismo esasperato,  la disciplina militare, le gerarchie, gli interessi politici, anche rispetto all’uso politico della vittoria.

I paesi che uscivano dalla seconda guerra mondiale cercavano rivalsa e riscatto sulle più alte cime del pianeta.

 

I Kefiri, gli ultimi infedeli

Per studiare la popolazione dei Kafiri, vera ragione della sua partecipazione alla spedizione sul K2, Paolo Graziosi dovette recarsi nelle valli del Chitral per due volte, nel 1955 insieme a Desio, e nel 1960.

Si trattava di un popolo molto particolare che viveva al confine tra Pakistan e Afghanistan praticando un culto religioso che nulla aveva a che vedere con la vicina religione musulmana. Quando però attorno al 1880  l’Emiro di Kabul decise che se non si fossero convertiti  all’Islam i Kafiri avrebbero dovuto lasciare le sue terre, la maggior parte di essi si spostò definitivamente in Pakistan dove questa loro pratica religiosa era maggiormente tollerata. Il loro nome infatti in arabo significa “infedeli” e l’unico motivo per cui da quel momento nessun popolo cercò più di convertirli è che si spostarono in tre valli talmente  sperdute che in alcune stagioni dell’anno diventano assolutamente inaccessibili.

I Kafiri si considerano addirittura i discendenti dei soldati di Alessandro Magno, che secondo la loro leggenda, nel loro cammino verso oriente, passando per quelle valli incantate, splendide e ubertose, decisero di fermarsi e fondare una colonia. Questa teoria non è mai stata appurata, tuttavia potrebbe non essere del tutto infondata: i Kafiri hanno la pelle molto più chiara delle popolazioni circostanti, gli occhi azzurri e alcuni anche i capelli biondi soprattutto da bambini, per cui si potrebbe ragionevolmente ipotizzare un’origine diversa da quella delle altre popolazioni locali.

Paolo Graziosi non scrisse mai nulla sui Kafiri e nonostante abbia dedicato loro ben due viaggi, migliaia di foto, schede antropometriche, raccolte di reperti e analisi dei gruppi sanguigni, non ha mai avuto il tempo di metterla per iscritto. Tutti questi documenti sono però ancora conservati presso il Museo di Storia Naturale di Firenze e ci parlano di una popolazione che a differenza dei vicini musulmani produce vino, utilizza sedie, conduce una vita allegra di lavoro ma anche divertimenti. Le donne indossano copricapo ornati di piccole conchiglie e gli uomini si riuniscono per celebrare balli rituali in cui mimano scene di battaglia, forse retaggio di tempi lontani, perché oggi la popolazione dei Kefiri è pacifica e vive di agricoltura e allevamento.

Oggi tutti i reperti che il Graziosi raccolse durante il suo studio dei Kefiri sono visibili presso il Museo di storia Naturale di Firenze. Un esempio è il famoso cavallo, monumento funebre che venne tagliato in tre parti per poter essere trasportato lungo i fragili ponticelli in legno che collegavano le valli con il resto del mondo.

Riportiamo ora il video girato dal Graziosi stesso sui Kafiri dell’Università di Firenze:

L’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria

L’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria è l’istituto italiano di cultura che ha il compito di promuovere gli studi di preistoria e protostoria e che associa gli istituti universitari di storia, di protostoria, di scienze affini, i musei che hanno collezioni di preistoria, le sovrintendenze che hanno anche il compito della tutela preistorica e la maggior parte degli studiosi di queste materie. In poche parole si propone come  il centro propulsore e di coordinamento degli studi preistorici nel nostro territorio.

L’istituto fu fondato a Firenze sempre nel 1954, lo stesso anno della missione sul K2, da Paolo Graziosi insieme a un comitato promotore che includeva, fra gli altri, il linguista G. Devoto. Il Graziosi si era laureato in scienze naturali, ma era stato allievo di Aldobrandino Mochi, famoso antropologo, etnologo e paletnologo e si era dedicato agli studi preistorici incominciando con la Venere di Savignano e procedendo con rilievi in Val Camonica e ricerche nella Grotta di Levanzo, nelle Isole Egadi e fu sempre estremamente interessato alle forme dell’arte preistorica a cui dedicò, nel 1956, la sintesi monumentale “L’Arte dell’antica età della pietra”.

Era dunque uno studioso eclettico, ricordato nel settore per la meticolosità ma anche per la determinazione con cui portava avanti le proprie idee, come la convinzione che la preistoria dovesse essere considerata “nel suo grandioso sviluppo”, senza cesure nette tra la più antica preistoria, la protostoria e addirittura la storia. Queste idee rimasero sempre alla base dei sui numerosi progetti, come la fondazione nel 1946 del Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria, l’organizzazione di numerosi convegni internazionali e la fondazione della Rivista di Scienze Preistoriche ancor oggi esistente.

Nella presentazione del primo numero della Rivista, il Graziosi scrisse che favorire e incrementare ogni seria iniziativa di carattere culturale, sia uno dei principali contributi che si possano apportare alla rinascita del nostro paese. E proprio per le sue idee, ancora così fortemente condivisibili a quasi 30 anni dalla sua morte, Paolo Graziosi rimane ancor oggi una figura di spicco nel panorama della cultura Italiana del Novecento.

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