Un team di esperti alla riscoperta della "Grande Fuga"

Una troupe televisiva del canale britannico Channel 4 è tornata insieme ad un team di esperti presso lo Stalag Luft III, il campo di prigionia tedesco che fu teatro della fuga di massa immortalata dal popolare film del 1962.

 
Il Dott. Pollard presso l’entrata del condotto al tunnel “Harry”.
 
 Era la notte tra il 24 e il 25 marzo del 1944 quando 200 piloti delle forze aeree alleate, in gran parte appartenenti alla Royal Air Force, si apprestavano ad affrontare la fuga dal campo di prigionia tedesco nel quale erano detenuti, lo Stalag Luft III, situato a 100 miglia a est di Berlino. Non si trattava però di prigionieri qualunque, né di un campo di prigionia come tanti, e quello che stavano per compiere sarebbe passato alla storia come il più massiccio e significativo, anche se per molti di loro tragico, tentativo di fuga mai realizzato durante la Seconda Guerra Mondiale.
Vent’anni più tardi, nel 1963, Hollywood avrebbe consacrato al mito quell’impresa con il film “La grande fuga” di  John Sturges, diventato un classico del fim di guerra, che riproponeva gli eventi di quei mesi e di quella particolare notte con attori del calibro di Steve McQueen, Charles Bronson, James Coburn e James Garner (per nominarne solo alcuni).
                Qualche mese fa, a quasi 70 anni da quel fatidico giorno, una troupe dell’emittente televisiva inglese Channel 4 è ritornata dove sorgeva lo Stalag Luft III, oggi zona boschiva in territorio polacco, per riportare alla luce due dei quattro tunnel utilizzati per la fuga (che i prigionieri chiamarono Tom, Dick, Harry e George), e girare un documentario che ricordasse il coraggio e l’ingegno di quegli uomini diventati veri e propri eroi nazionali inglesi.
                Insieme agli operatori del canale televisivo, un team di archeologi coordinati dal Dott. Tony Pollard, direttore del Centro di Archeologia del Campo di Battaglia dell’Università di Glasgow, un gruppo di ingegneri, sei piloti della RAF e alcuni superstiti di quel campo di prigionia, oggi ultraottantenni, che sebbene non presero direttamente parte alla fuga, furono comunque coinvolti come molti altri nei preparativi.
                Dopo qualche tentativo andato a vuoto e tra l’emozione generale dei partecipanti allo scavo, gli archeologi hanno identificato l’esatta ubicazione dell’entrata al più importante dei 4 tunnel, Harry, realizzato dai detenuti sotto alla baracca 104 e che avrebbe portato molti di loro alla libertà.
Hanno poi scoperto anche George, un quarto tunnel scavato sotto l’auditorium  dopo che gran parte dei fuggitivi erano stati ricatturati, non tanto per fuggire dal campo questa volta, ma per arrivare all’armeria dei tedeschi nel caso in cui, con la fine della guerra, il campo fosse invaso dai civili.
                Gli scavi hanno inoltre riportato alla luce molti degli strumenti rudimentali utilizzati per lo scavo e costruiti con grande ingegnosità dai prigionieri utilizzando i pochi oggetti di uso quotidiano che i tedeschi permettevano loro di tenere.
                Chi ha visto “La grande fuga” non avrà certo dimenticato le pompe utilizzate per far fluire aria nei tunnel, costruite con mazze da cricket e sacchi che fungevano da soffietto o i carrelli che, scivolando su un sistema di rotaie, servivano per trasportare prima la terra estratta e poi i prigionieri lungo i tunnel. Ebbene due esemplari di questi oggetti sono stati rinvenuti nel deposito del tunnel George, insieme ad un altro importante cimelio, la radio dei prigionieri.
                “Trovare la radio dentro al tunnel George è stato davvero uno dei momenti culminanti delle ricerche.” commenta il Prof. Pollard per Archeofilia, “Venne costruita con una latta da biscotti e usata dai prigionieri per rimanere aggiornati sugli eventi al di fuori del campo. Dai nomi menzionati dai bollettini tedeschi apprendevano i progressi dell’avanzata dell’esercito russo. Ma la cosa più emozionante è stato scoprire che lo stesso Frank Stone (uno dei superstiti che ha partecipato al progetto NDR) aveva collaborato alla costruzione della radio. Gliel’ho portata personalmente nella sua casa in Inghilterra. L’aveva costruita tagliando un disco 78 giri e piegandolo intorno ad un perno dopo averlo scaldato. E’ stato davvero un momento speciale vedere quell’oggetto riunito al suo costruttore.”
                Tra gli obiettivi del progetto, da qui la presenza degli ingegneri, vi era anche quello di costruire un condotto verticale parallelamente al condotto originale che conduceva a Harry, dotato però di tutte le misure di sicurezza moderne, che si riallacciasse al tunnel e permettesse agli archeologi di raggiungerlo e percorrerlo almeno in parte.
Nonostante l’utilizzo delle moderne tecnologie e di robuste asce per il rinforzo dei margini del condotto, gli ingegneri non sono però riusciti a realizzare quest’opera perchè la terra, estremamente sabbiosa, continunava a scendere e le pareti del condotto a collassare, rischiando anche di compromettere il tunnel originale.
                “E’ come fare castelli di sabbia sulla spiaggia” ha spiegato Hugh Hunt, professore di ingegneria dell’università di Cambridge, in un suo report sul progetto pubblicato sul sito dell’Università, “va tutto bene finchè la sabbia è umida; ma dal momento che si asciuga molto in fretta, le pareti cominciano subito a crollare”.
                La consistenza sabbiosa del terreno era in effetti uno degli assi nella manica dei progettisti del campo, che era nato come una sorta di “carcere di massima sicurezza” in cui erano stati rinchiusi quei prigionieri inglesi che avevano già tentato la fuga in altri campi, e  doveva proprio impedire la realizzazione di tunnel sotterranei.
                Altre misure anti-fuga erano i sismografi, che avrebbero dovuto segnalare la presenza di vibrazioni (e quindi attività di scavo) nel sottosuolo, un’impenetrabile doppia recinzione di filo spinato sorvegliata 24 ore al giorno, e le baracche sopraelevate, costruite cioè su pilastri di mattoni, per permettere alle guardie di ispezionare regolarmente anche sotto agli alloggi e individuare eventuali attività di scavo.
                Tuttavia i detenuti del Stalag Luft III non si lasciarono scoraggiare, e per ognuna di quelle misure idearono un’efficace contromisura, realizzando il condotto che portava ai tunnel all’interno degli stessi pilastri di mattoni che sorreggevano le baracche, scavando i tunnel molto più in profondità di quanto non fosse stato fatto fino a quel momento in altri campi per eludere i sismografi, e rivestendo le pareti dei tunnel con asce rimosse dai letti che, puntualizza nel documentario uno dei supersititi del campo “da quel momento divennero particolarmente scomodi.”
                Le difficoltà che quegli uomini dovettero affrontare sono state ulteriormente confermate dai 6 piloti della RAF che hanno preso parte al progetto e a cui è stato chiesto di ricreare nei minimi dettagli uno dei tunnel per la fuga nelle stesse (o quasi) condizioni e avendo a disposizione gli stessi oggetti che avevano i loro predecessori 70 anni prima.
 Più di mezzo secolo di progressi tecnologici non sono stati troppo utili ai sei militari che sono riusciti nell’impresa ispirandosi agli oggetti rinvenuti sul posto.
 Frank Stone e Gordie King, rispettivamente 89 e 91, i due superstiti del campo di prigionia che per la prima volta dopo 70 anni hanno fatto ritorno in quei luoghi insieme agli studiosi, hanno poi fornito le tessere mancanti utili a completare il quadro degli eventi, restituendo una dimensione più umana alla ricostruzione degli archeologi. “Ancora oggi non sopporto l’odore dei pini” commenta Stone mentre parla, nel documentario, dell’isolamento di quel campo, circondato  solo da  una pineta al di là della quale i prigionieri non sapevano assolutamente cosa potesse trovarsi.
                In quella gelida notte tra il 24 e il 25 marzo del 1944 dunque, la prima senza luna dalla fine dei lavori, in un clima di tensione quasi palpabile, 76 dei 200 uomini che si erano preparati alla fuga riuscirono effettivamente a lasciare quel  campo che i tedeschi avevano considerato “a prova di fuga”, armati di documenti abilmente falsificati, e vestiti con abiti rimediati dalle stoffe a disposizione (coperte o tute da lavoro) o con uniformi tedesche acquistate da qualche soldato compiacente.
Di quei 76 uomini, solo tre sarebbero riusciti a far ritorno in Inghilterra, e dei 73 che vennero ricatturati, la maggior parte  fu sterminata per ordine dello stesso Hitler.
Chiediamo al prof. Pollard un commento generale sull’esito del progetto. “E’ stata una delusione non riuscire ad arrivare ad Harry.” Ci risponde. “ Tuttavia, considerato lo stato di George, non sono sicuro di quanto sia rimasto di esso. Del legno che sorreggeva George infatti non è rimasto altro che una macchia nella sabbia. Sono però felice di sapere che è ancora là e rimarrà come perenne monumento agli sforzi di quegli uomini fantastici, 50 dei quali pagarono con la loro stessa vita il fatto di aver causato ai tedeschi tanti fastidi.
Speriamo di poter tornare sul sito perché ci sono ancora tanti elementi da esplorare sulla superficie anche senza dover  scavare di nuovo in profondità. Vorremmo per esempio fare ricerche sulla parte del campo riservata ai prigionieri russi che, secondo le testimonianze, vivevano in alloggi che erano poco più di buche nel terreno e venivano trattati malissimo. Anche loro dovrebbero essere ricordati.”
Roberta Zanasi
 

 

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