Valerio Massimo Manfredi si racconta tra “Historia” e “Vita”

“Ricorda una cosa, Alessandro, un buon maestro è quello che dà risposte oneste.”
Aristotele in “Il figlio del sogno”, Trilogia di Alexandros, V.M. Manfredi

Manfredi alla serata presso il Teatro
La Venere di Savignano sul Panaro (MO).

    Nell’ambito di “Anima Incontri”, la rassegna di eventi organizzata presso il teatro La Venere di Savignano sul Panaro (Mo) dall’associazione di commercianti “Savignano delle Botteghe”, si è tenuto venerdì  19 ottobre un incontro con l’archeologo e scrittore Valerio Massimo Manfredi.
Con 12 milioni di libri venduti in tutto il mondo e tradotti in 37 lingue,  la conduzione di trasmissioni televisive come Stargate o Impero e premi letterari come il Bancarella o l’Hemingway  al suo attivo, il personaggio non ha certo bisogno di presentazioni, e non solo per i lettori di Archeofilia o gli appassionati del settore. Perché V.M.Manfredi è, oltre che uno scrittore e un archeologo, un vero personaggio, capace con il suo stesso aspetto  fisico, la candida capigliatura, la barba e le sopracciglia arcate, di riportarci indietro nel tempo. Ma è soprattutto con le parole che il professore magnetizza l’attenzione dei suoi ascoltatori, e non solo in occasione di eventi come quello in questione. I suoi studenti del liceo classico Mario Allegretti di Vignola (MO),  dove ha insegnato circa 25 anni fa, ricordano di aver passato ore  ad ascoltare incantati la battaglia delle Termopili o quella di Salamina, che venivano loro raccontate con una tale ricchezza di particolari da rendere impossibile distrarsi.
    Ma veniamo ora alla serata di venerdì scorso. In fede al titolo della serie di incontri (“Anima Incontri” appunto) la conversazione non ha toccato solo vari punti della carriera professionale del Manfredi autore, ma si è incentrata anche sull’uomo. Il professore ha raccontato come i tre romanzi che più di tutti  lo hanno portato alla ribalta internazionale, la trilogia di Alessandro, siano nati in realtà da un’idea del suo editor; ha  spiegato come “Otel Bruni”,  l’ultimo nato  ambientato tra le due guerre mondiali,  sia in realtà ispirato alle vicende della sua famiglia materna che aveva una grande stalla dove non esitava ad offrire ospitalità e il conforto di un piatto di minestra a chiunque ne avesse bisogno (da lì il nome di “Otel”, trasposizione dialettale del termine hotel); ha raccontato la realtà dietro alla finzione del suo racconto   incluso nella raccolta “Alzando da Terra il Sole”, il libro no profit che riunisce contributi di diversi autori a favore delle zone terremotate dell’Emilia, ed ha accennato persino al suo prossimo libro, “Il mio nome è nessuno”, che narra la storia di Ulisse.
Non sono mancate, come si diceva, anche le domande più personali, dal rapporto con i figli, ai quali l’autore dice di essersi proposto, mai imposto, come maestro di vita, fino al suo rapporto (conflituale) con la fede e al legame con le proprie radici. Un legame ben saldo a quanto pare,  se è vero che quell’ uomo che ha lavorato e viaggiato in tutto il mondo, afferma con un certo orgoglio di aver cambiato casa solo tre volte nella sua vita, ma sempre a Piumazzo, la frazione di Castelfranco Emilia (MO) dove è nato nel 1943. “Quando mi chiedono perché continuo a stare lì” ha spiegato l’autore, “rispondo che mi trovo a poca distanza da un aeroporto internazionale (Bologna), dall’uscita dell’autostrada A1 (Modena Nord), da una prestigiosa Università (Bologna), eppure trovo sempre da parcheggiare”.
    L’apice della serata è stato comunque il racconto di come sia avvenuta quella che Manfredi considera la scoperta più importante della sua carriera. Quando cioè nel 2002 insieme all’archeologo Britannico Timothy Mitford, ha identificato in Anatolia Orientale il sito del Trofeo dei 10.000, ovvero il luogo in cui l’armata di mercenari greci assoldati da Ciro il Giovane  nel tentativo di usurpare il trono dal  fratello Artaserse II, dopo la sconfitta  nella battaglia di Cunassa e una lunga marcia piena di ostacoli, vide di nuovo il mare, simbolo per loro del ritorno a casa. Dalle auto cariche di “interpreti” che il governo locale aveva messo alle calcagna dei due archeologi, alla marcia verso il punto topografico più vicino sotto una pioggia battente che creava un “ruscello che dal collo della giacca scorreva  giù giù fino fondo dei pantaloni”, Manfredi ha saputo ancora una volta catturare il suo pubblico e condurlo alla scoperta di antiche vestigia.
In conclusione, Manfredi convince, sempre. E in occasione di serate di questo tipo, la coda nel dopo-evento al banco della libreria che vende i suoi libri diventa inevitabile.

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